Chi sono

Utente: lagocapovolto
“Io parlo all’amore. Lo scortico dall’incrosto / nel sogno e ne faccio musica storta / ne faccio delicato vento che solleva o dondola / e impollina il cuore. Alla scomposta / mente, impollina l’occhio con l’occhio / l’occhio con l’animale e viene il bello / che ci sviva, ci sviva tutti. Di più.” M.Gualtieri

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giovedì, 30 luglio 2009

Ti ho guardata mentre il rasoio portava

via i capelli e per un attimo

le nostre teste sono state gemelle

due scalpi ben rotondi due pomelli

crudi lucidi e senza orpelli

il mio per scelta il tuo per necessità

per chimica fatalità-

ho scoperto oggi che la fossetta

in fondo alla nuca mi viene da te

ho scoperto un marchio

noi che non ci somigliamo in niente

in niente sovrapponibili.

Non ti sei ancora specchiata,

fuggi il riflesso , della mancanza l’eccesso.

Ho pensato oggi per la prima volta

tu fossi bella, splendente come una padella.

E  sto tornando nella placenta,

sto imparando a sentirti da dentro.

Il primo abbraccio ha data recente,

è un contatto per averti fatto un dono

senza bisogno di alcun perdono.

 

Io non sono fatta per il focolare.

Sono d’acqua e sale.

E stasera senza venezia, senza una stanza,

senza fondamenta.  Senza te.

Avevo un nuovo maglione blu

una camicia a righe di etro

e una serie di sorprese, nelle mani le attese.

Sarei stato bello come la notte,

come le guglie riflesse nella laguna,

bella come la luna bianca e morbida al tatto.

Non ho avuto fortuna.

E dire che la moneta del desiderio è al suo posto.

Come tutto il resto.  Ad ogni costo.

Ma troppo presto l’amore si scioglie dal tuo anulare.  

E alle parole non resta che annegare mentre

di cenere e fede mi copro il cuore.

Sono qui. Tornerà quel 17.

postato da: lagocapovolto alle ore 00:35 | link | commenti (2)
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mercoledì, 22 luglio 2009

Chino il capo alla colpa, chino la testa mesta.

Chino in attesa delle mani tue a posare cenere.

Ho cicatrici simili a fenditure, ho apposite

marchiature. Venere dissonante, Venere che

sorride d’improvviso nemica, venere di miele

 e fica, un cucchiaio di dolore anestetico

d’assenza, martire d’indolenza.

L’acqua  poi che culla  senza abbraccio , culla

con il sale ed è mare ed è male brucia gli occhi

che perdono il centro, il fuoco vero.

Vento del nord sposta le parole. Vento

bugiardo che vuol dire ma nega per difetto.

S’alzano tornadi, case di pietra pesante mi

cadono addosso ed io sono senza scarpe.

Sono le murature scelte dal tuo sguardo,

sono i cartelli con scritto “vendesi”per

accorciare la terra.

Strappo di mappa che avvicina, carta velina

tenuta ai lembi da due iniziali di legno.

Il pegno era la promessa di apparecchiarmi il

lago ogni notte, la promessa per il regno è la

pazienza chiesta dalle sentinelle all’entrata.

Legami le caviglie ai ceppi del tormento, che io

stia ferma, senza corsa, con il cammino sotto i

piedi e non dove il cuore teme e temendo beve

vetro da bottiglie rotte.

Lingua che sanguina, lingua senza santo,

senza patrono senza perdono.  

Antica reliquia, amabile resto, ostia di carne.

Carta di carne che tiene l’alfabeto mio

d’amore in bocca. Tutto ancora da pronunciare.

Strappami le vesti, lasciami ornata di stracci

e lacci. Piagata dal desiderio.

Imparerò la preghiera del pellegrino, come

il sangue diviene vino.

Imparerò cosa si mangia alla tua mensa,

imparerò dove il dolore ha giacenza.

Riconoscerò le avvisaglie, il sentiero d’oro.

Ma tu non  lasciarmi al buio.

Fammi toccare il taglio.

E ricorda com’è dolce com’è buona questa

acqua disperata e piegata in un fazzoletto

che non sa farsi rete per questo cuore

funambolo.  Il remo del destino

porta a te.

"Eccoci anima mia , arrivati a quel gran

passo che ci rimane per questo al

nuovo atteggiamento." (R)

postato da: lagocapovolto alle ore 18:11 | link | commenti (2)
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