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Utente: lagocapovolto
“Io parlo all’amore. Lo scortico dall’incrosto / nel sogno e ne faccio musica storta / ne faccio delicato vento che solleva o dondola / e impollina il cuore. Alla scomposta / mente, impollina l’occhio con l’occhio / l’occhio con l’animale e viene il bello / che ci sviva, ci sviva tutti. Di più.” M.Gualtieri

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mercoledì, 30 gennaio 2008

piedi astrali

 

E poi quando intraprendo il sentiero fisso per un attimo i miei piedi nudi sull’erba umida della notte. Appena più chiaro dell’oscurità il sentiero è di un tono meno buio del buio. Sento freddo al contatto con la terra marmo, ne sento il respiro, avverto sotto il battere di qualcosa. C’è come eco di battaglia, di scudi che si scontrano con scudi, di punte affilate di lance contro tornite armature. I miei piedi bianchi, ben saldi- per ora-si prendono la luce della luna e sembrano di madreperla. Luna non ancora intera, piatto sbeccato in cielo, stoviglia tra nuvole di stracci lisi. Ho piedi simili ad intarsi, a bottoni di una giacca imperiale, porcellane di corte. Stringo i miei occhi che trovano e percorrono l’inchiostro sotto la pelle. Ho disegnate due stelle, una sul dorso di ogni piede, ad otto punte- contro il nemico, contro la malasorte- così da avere una mappa dei cieli scritta sul corpo, così da tenermi tatuata la geografia astrale nell’incedere dei miei passi. Inizio a camminare, spezzo il pensiero di mistero e paura che mi tiene fissa qui, ancorata radice, legno che entra dentro. So che i suoi occhi non si sono mai spostati da me. Fissa i miei piedi bianchi, respira piano dietro agli alberi e con le unghie infila segreti nelle cortecce. Le mie estremità sono il suo indizio, la miniatura luminescente di questa attesa. È rosso l’abito che il suo sguardo mi cuce addosso, ha denti asola che mi aprono occhielli-ferita pur senza ago e filo. Chissà se sarò un sol boccone, consumata in fretta, io la bambina mangiata, io già ospite per lo stomaco. O forse sarà più lento, userà la pentola smaltata, farà di me qualcosa da bollire, cottura di ore ed ore mentre cresce il suo languore. Sarò brodo o forse arrosto, sarò odore di rosmarino per darmi sapore. Ed inizierà dai piedi, divorerà le stelle come biscotti, mi porterà dentro di lui ed io forse tornerò a ricompormi nella placenta animale, nel sacco uovo pancia finché il mio piede non diventi zampa ed io non sia di nuovo- rossa- ma non più verticale- io a sentire la terra sui polpastrelli e quella sua stessa identica fame, quella brama nera come catrame, l’appetito fin dall’olfatto- mandibola di lupo che annusa bambine bianche di latte e farina che il bosco è un forno e lievita il desiderio e la paura fino a mattina.

 

Allora io sarò proprio come lui, come te amore- il lupo donna.

 

postato da: lagocapovolto alle ore 01:52 | link | commenti (1)
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