L'amore Somiglia Ad Un Fantasma Nero / Un Orco Che Mangia Ogni Pensiero.
Ho girato l’anello e messo via il coltello
Tra le scapole di un angelo
Tra piume senza gravità
Ho scelto te ed ogni taglio imperfetto
la ferita lorda la corda che duole
d’ogni cucitura sento la cura
cuore mio divelto dalla bellezza tua
Due cartoline e perfino il marmo respira
Nell’amore che passa l’alfa e l’omega
Di questo alfabeto tra cielo e terra
Di questa torre senza pietre
Che sovrappone i battiti vostri
Gli occhi e le mani nel miracolo
Mentre tu torni nell’intero della placenta
Io posso solo tenerti il fianco
E restare pronta all’abbraccio
Apertura alare di questo mio corpo di terra
E di parole fatte con il legno

Maggio di ginestre, di segni da lontano, di parole
maldestre. Maggio fatto d’acqua, di navigazioni,
maggio che oscilla che piega le ancore che rompe
le corde che spazza le sponde.
Maggio e le onde maggio e le ombre maggio
Scoperto maggio d’amore di rose coralli e scialli
maggio con te. Denti e radici, giudizio perduto,
cuore ad imbuto -tu scivoli dentro prepotente e
ti fai filo nella pancia,tu sei l’inchiostro, la lettera
di legno, della sorte il pegno- smalto e vernice,
osso bianco per farne un ciondolo/pendolo sopra
il mio sterno, il piombo che mette in riga,il perno
per il tuo palmo che mi fa ruotare ed io ruoto
come un animale felice ruoto, sono pavone
maschio che ti saluta con la coda iridescente
fatta d’occhi azzurri d’ idra buona.
Capelli e denti, tutti gli ingredienti per il rito e
poi -ancora- l’acqua sulle mie dita quando mi
immergo in te.
Acquasantiera per la mia pagana benedizione.
Maggio di compleanni, di sigilli, di numeri primi,
di valigie nuove e nuove mappe, maggio 24b,
teche e paramenti, letti in conventi.
Cambiamento nel vento.
Mese di rosari e mani giunte in preghiera, mani
che si cercano,calendario di anniversari.
Pietre di fiume al collo, ninnananna matrilineare,
il mio scudo per attraversare sentieri di spine.
Tutto è solo l’inizio

Fino ai miei palmi.
Tu il sasso rosso nel bosco del destino.
Tutto questo sarebbe niente. Senza di te. Elenco della mia personale felicità: ricevute di taxi, un pigiama largo, la mia camicia da te, la sorpresa fatta di profumo in stoffe leggere nella mia borsa, pane miele e fragole. Una mano/piccola bicicletta sulla schiena.
Il caffè in tazze gemelle.

Teste di donna mozzate, teste appese tutte in fila , in bella mostra ,come una giostra come un carosello, di Barbablu l’orpello. Spuntano come occhielli dalla notte, ferme in un grido, la bocca spalancata è il forno del terrore, carcasse di calce e gesso, trofeo dell’insuccesso. L’ago si sbilancia, poche oncie di pianto, il rigo della guancia. Il troppo stroppia e strappa, meglio il poco –così dicono- il guscio vuoto. Meglio il passato remoto, meglio il conto scritto a penna, il ritornello noto. Ed io che ho stomaco d’orco scavo con le mani il tesoro sepolto. Cerco nell’albero la fessura, la sottile fenditura per cadere tra i conigli ritardatari, tra le carte con sbilenchi anniversari. Ho denti di lupo ed occhi grandi, occhi grandissimi e bucati- faccio di te un sol boccone il mattino a colazione. Mangio e mangio, mi travesto, mi nascondo. Portami focacce e vino, vieni da me con il cestino, un’anima di paglia intrecciata, rosso e bianco di tovaglia, profumo di lievito tenuto da stoffe di cotone spesso. Vieni, vieni adesso. Mi spunta lo sguardo dalla coperta, luccica nella penombra, ho due foglioline per occhi e tu la voglia di vedere cosa c’è sotto. Vieni a giocarti, vieni a scambiare le parti. Perché c’è sempre un incantesimo, una giravolta fatta tre volte, una parola antica una piroetta o un sonaglio- per capire l’amore oltre ogni sbaglio. Unguento per il taglio.
Ho perso il cappello
Quel cappello
Quello indossato per te
La volta di lana
Sopra sorriso ed occhi
L’ho perso e non so dov’è
Abbandonato
Dimenticato
Smarrito
Ora
Sta con i miei ricordi
Nel punto esatto
Dove ciò che ho amato
Si scolora si sfibra
Si allenta e si annebbia
Mentre resta secca
La macchia d’unto
La riga di sale e vapore
Su questo mio cuore pentola
Che cede nello smalto
(Così oggi
Chino il capo nudo
Alle ceneri-
Che la polvere
Si depositi sopra la colpa)

E se fosse una questione di maree. Se fosse questo
salire e scendere delle acque, questo avanzare ed
arretrare, lasciare detriti da interpretare, alfabeti da
passare con i polpastrelli tra impronta ed impronta,
in codici genetici sciolti in righe che si avvolgo.
Semicerchi conchiglie grovigli. E se fosse umidità,
una specie di vapore che non si addomestica, una
dissolvenza che entra nel respiro e va all’indietro,
all’indentro, fino ad addensarsi ancora in caverne,
fino a farsi croce di pietra sullo sterno. Se fosse vapore,
patina sul vetro per far scivolare le dita. Scrivi, scrivi
che inizia qui ed ora.
L’osso di seppia, il taglio nostro, il veleno nell’inchiostro.
Codice morse che scorre in vibrazioni.
Perché qualcosa deve essere, qualcosa che si dipana in
fili e si annoda. Tessitura che va a compiersi come
ricamo, sortilegio nella mano, porcellana finissima non
del tutto leggibile.
Ancora.
Riavvolgo il nastro e ti lascio scorrere. Una due tre
volte. Respiro lungo, ecco-(ti dicevo)acqua che sale
e poi scende alla prima sillaba. Resta un bordo, una
incrostazione di desiderio per il tuo anticalcare blu.
Nella vasca tasca tu sei una sirena che manda luce
argento. Argento io, il tuo mercurio, argento nostro
in questo chiostro di notte, in questo alzare preghiere.
Pronuncio me e pronuncio te. Nome proprio, proprio
nome.
Ora ti prego ascolta- se pure ho un cuore già ricucito
passato dall’ago e sono tossica come l’amore…
Ascolta il suono dei campanelli.
Venezia fredda gelida. Scala di grigi. Bellissima.
Nel passo che s’affretta e si allenta, prepotente
nelle attese, si scontorna da lontano.
Tratto tremante di mano, umidità d’amore.
Alghe della memoria, sgrano tra le dita il rosario
di questa storia. Vorrei essere il nome al centro della
preghiera, la ringhiera cui poggiami quando le ombre
si allungano e si prendono l’innocenza.
Tentata dalla neve, il mio sguardo ti beve, la mia bocca
preme parole salmastre, guglie d’inchiostro. Mi dico
-ad ogni costo- perché senza te io sono metà in ogni posto.
Venezia che mi bagna i piedi ed il cuore. Bagnato il
sentimento, zuppo fino a macerare il mio tormento.
Carta destinata al fallimento. Tu dove sei nella mappa
che seguo? Sei l’occhio di questa geografia-pesce,
sei l’occhio lucido, il buco dove ho nascosto le monete,
gli zecchini destinati al cerbero destino.
Acqua alta, acqua alta sopra il dolore.
Acqua che mi annega da dentro. Acqua e ancora acqua.
Quasi oscena, verrebbe da toccarti con le dita.
Questo senso di movimento, di smarrimento tra i vicoli,
di cose che ondeggiano. Oscillo. Senza terra ferma.
Passerelle e ponti, strade precarie sopra la pietra bagnata.
Come vorrei dormire. E nel sonno trovarti, nel sogno
ricordare le fondamenta, ritrovarti ma senza il male.
In quell’unico nostro punto incomprensibile e vero che
ci lega senza corde né nodi.
Cerco intanto una benedizione pagana perché la corona
di spine mi impedisce il cammino che so-dentro so-certo.
Fino a te.
Fino all’inizio.
Fino al calco del sentimento.
Fiamma ossidrica a chiudermi il cuore, saldature,
metallo che sbava ai lati, muratura senza pudore.
Qual è il legno migliore? Quale salva dal dolore?
Tutto finirà in liquore, in spremitura d’ossa, nei
vermi della fossa. Mani giunte, mani sultane, mani
senza richiesta, mani vane. Addormentate in un
sonno viola che parte dalle unghie e dalla bocca,
un colore senza parola che vira al niente nel niente
vuoto della cassa toracica, perno dello sterno mentre
la vite chiude e sigilla questo corpo ora meno d’argilla.
Mani sottili, mani in preghiera, mani senza ringhiera-
senza appigli, senza consolazione- mani devozione,
mani che tengono una corona, mani a fiore nello
stagno del cuore.
Ecco perché scelgo il fuoco e la terra, per non avere
resti né parti, singhiozzi di materia- voglio la
sparizione totale, nessun prigioniero tra le assi,
nessun residuo dietro i massi.
Non per altro, non per altro.
Solo per amore io mi salverò.
(e sarai tu il nome, dovessi scriverlo cambiando
posizione agli astri ed ai pianeti, dovessi mutare
le carte dei cieli)
1
Non ho più la chiave. Stanza in cui non entro.
Stento aggiunto allo stento, somma di privazione.
Niente più niente fa niente
Come orientarsi con le stelle? Ho perso il nord.
Luci che si sbriciolano, il nero cola
cola dalla punta incerta delle mie dita.
O cielo fa che smetta di entrarmi
nei sogni di tornare la notte di farsi sale
di farmi male quando ho gli occhi chiusi
i pugni stretti il corpo addormentato.
Metto riso ai quattro angoli dico le formule
spazzo bene lavo i piatti
che la morte non trovi disordine
perché è lei che ha scelto nonostante i segni
le evidenze le appartenenze gemelle
lei ha scritto e poi segnato di nero le parole
fino a farne un alfabeto morse
punto linea linea punto linea
punto
sono un codice che nessuno raccoglie
dall’altro capo filo dipanato
gesto che s’incanta foglia sconfitta
chissà se ricordi
quel poco
faceva tremare i polsi
2
Avorio di bambina
Osso di dente
Canino caduto latte versato
Aspetto il tuo scrigno
Il disegno del marchingegno
Per mettere la reliquia
Aspetto coroncine
Da portare al collo
Contro questa mia malagrazia
Intanto bacio la coda
Dello scorpione
Gioco con la lama
La forbice sulla bocca
Passo l’ago faccio matasse di lana
Aspetto il veleno tutto
I frutti apparecchiati sul tuo corpo
Ora mi senti
Tu sei odore di trementina
Di lacca rossa di bacca
Sei questa tacca
che mi ha cambiato la postura
tu sei delle mie vertebre
la spremitura
(un grazie a marpet e saonda per avermi vista e chiamata)

San Giovanni non vuole inganni

Acqua profumata, acqua incantata.
Rose e ginestre, glicine e lavanda.
Ho raccolto fiori con la bambina,
portavamo corone da regina,
ho bagnato petali in un catino,
sarà il sortilegio per il mattino.
Mi lavo il volto con acqua odorosa
per protezione, contro la spina,
il taglio nel cuore, la parola dolosa.
Ho unito le stelle con il tratto
d’inchiostro della mia penna
mentre mi affacciavo dalla casa
capanna fatta di coperte e lenzuola.
Possono compiersi profezie,
c’è da leggere il destino nel buio
pesto che mi cola dalle dita.
Alberi cardini per porta, foglie di
magnolia come piatti, una torre
per le attese- manchi tu- una torre
candita con merli caramelle.
San Giovanni non vuole inganni.
Possiamo avere il coraggio della verità?
Voglio sellarti
mentre la tua ribellione
alza polvere da terra.
Voglio sellarti il cuore.